Invisible Cities: la nostra prima mostra di mosaico ad Amman

Despina, mosaico di Barbara Liverani esposto nella mostra Invisible Cities ad Amman.

Siamo tornate da pochi giorni da Amman, dove il 10 luglio è stata inaugurata Invisible Cities, una mostra di mosaico contemporaneo nata dall’incontro fra artisti ravennati e giordani.
E io ho ancora la sensazione di dover mettere in ordine tutto: la mostra, il viaggio, il deserto, il concerto, le camere doppie e triple e perfino un certo numero di cammelli.
Alla Jordan National Gallery of Fine Arts sono state presentate due esposizioni dedicate al legame fra Ravenna e la Giordania attraverso il mosaico.
La prima, Con il mosaico, contemporaneità a Ravenna, curata da Sandro Malossini, ha riunito ventitré artisti e ha raccontato alcune delle molte strade percorse dal mosaico ravennate contemporaneo.
La seconda era la nostra: Invisible Cities, realizzata dal collettivo Racconti Ravennati insieme ad alcuni mosaicisti giordani di Amman e Madaba.

 

Dipinti giordani, città di Calvino e mosaico

Il progetto è nato dall’incontro fra le opere di alcuni artisti giordani conservate nella collezione permanente della Jordan National Gallery, le città immaginate da Italo Calvino e il nostro modo di lavorare con il mosaico.
Ognuna di noi ha scelto una o più opere pittoriche giordane e le ha interpretate liberamente, mettendole in relazione con una delle città descritte da Calvino.
Non abbiamo cercato di riprodurre i dipinti.
Il mosaico, del resto, non è una fotocopia molto più faticosa.
Cambia la superficie, introduce tagli, spessori, riflessi e irregolarità. Pietre, marmi, smalti, vetri e ori trasformano l’immagine di partenza e la portano inevitabilmente altrove.
Le città di Calvino sono diventate il filo che ha tenuto insieme tutto: città riflesse, città di confine, città che mostrano una faccia e ne nascondono un’altra.
Ne è nato un ponte fra Ravenna e Madaba, due città profondamente legate alla storia del mosaico, ma anche fra letteratura italiana, pittura giordana e linguaggi contemporanei.

 

Le mie tre città

Per Invisible Cities ho presentato tre opere: Despina, Valdrada e Moriana.

Despina


Despina è nata da una libera interpretazione di Desert Castle della principessa Wijdan Al-Hashemi.
Nelle parole di Calvino, Despina è una città di confine fra due deserti. Il cammelliere la vede come una nave pronta a salpare; il marinaio come un cammello carico di merci.
Ognuno riconosce in lontananza ciò che gli manca.
Ho realizzato l’opera con smalti, marmo e oro, costruendo un paesaggio giallo, caldo e quasi abbacinante, nel quale la città sembra emergere dal deserto e, nello stesso tempo, confondersi con esso.

Valdrada


Valdrada è la città doppia.
Esiste sopra il lago ed esiste capovolta nel proprio riflesso. Le due città continuano a guardarsi, ma non si amano.
Per realizzarla mi sono lasciata accompagnare non soltanto da Calvino, ma anche dalle Cronache marziane di Ray Bradbury. Fra i due autori ho trovato una specie di cortocircuito: città lontane, pianeti immaginati e luoghi fantastici che finiscono per parlare soprattutto di noi.
Ho lavorato su un formato molto stretto e verticale, facendo scendere la città rossa verso l’acqua. Nel riflesso le forme si sono spezzate e gli ori e gli smalti hanno cominciato a perdere stabilità, come se l’immagine non riuscisse più a coincidere perfettamente con sé stessa.

Moriana


La terza opera è stata Moriana, un’installazione composta da molte meduse in mosaico.
La città descritta da Calvino appare luminosa e seducente, con ville di vetro, danzatrici dalle squame argentate e lampadari a forma di medusa. Ma basta girarle intorno per scoprirne il lato opposto, oscuro e degradato.
Le mie meduse sono belle, leggere e colorate, ma portano con sé qualcosa di inquieto. Sono nate per parlare del riscaldamento dei mari e della violenza di genere, due temi solo apparentemente lontani, accomunati dalla fragilità e dalla minaccia che può nascondersi sotto una superficie seducente.
Ad Amman sono state collocate in testa a una grande sala e, del tutto inaspettatamente, sono diventate lo sfondo delle interviste televisive.
Ogni volta che si accendeva una telecamera, dietro apparivano loro.
Non avevo previsto neppure questo.

 

La nostra prima mostra all’estero

Per noi di Racconti Ravennati è stata la prima mostra all’estero.
Ci conosciamo bene. Siamo amiche, colleghe e anche concorrenti, perché ognuna ha il proprio laboratorio e il proprio lavoro.
Trascorrere tanti giorni sempre insieme, dividendoci camere doppie o triple, poteva quindi essere un azzardo.
Abbiamo deciso di rendere l’esperimento ancora più interessante organizzando un vero viaggio di gruppo: otto giorni con una guida, alcune amiche, alcuni familiari e un solo marito.
Invece è stato un viaggio fantastico.
Abbiamo attraversato il deserto, siamo salite sui cammelli, abbiamo volato in mongolfiera e abbiamo partecipato al Concerto dell’Amicizia diretto dal Maestro Riccardo Muti a Jerash.
Da ravennati ci siamo ritrovate nel curioso ruolo di “insider”, circondate da amici, giornalisti e persone che conoscevamo, ma dentro uno scenario completamente diverso dal solito.
Poi è arrivato il giorno dell’inaugurazione.

 

L’inaugurazione e la principessa

Alla mostra è intervenuta la principessa Basma Bint Ali, affabile e molto interessata al lavoro degli artisti.
Ha voluto conoscere la storia e il significato delle opere, passando da un gruppo all’altro fra italiano, arabo e inglese.
La famosa fotografa Stephanie McGhee, con la quale avevo trascorso alcuni giorni, ha deciso che non potevo limitarmi a sorridere educatamente.
Mi ha praticamente obbligata a spiegare alla principessa il significato delle mie meduse.
E così l’ho fatto.
Alla fine abbiamo scattato anche una fotografia di gruppo molto spiritosa con lei. Racconta l’atmosfera di quei giorni molto meglio di qualunque fotografia ufficiale.

 

Un viaggio indimenticabile

Le opere rimarranno esposte alla Jordan National Gallery of Fine Arts fino al 14 agosto.
Per me, però, questa esperienza è stata molto più di una mostra.
È stata la prima avventura internazionale di Racconti Ravennati, un viaggio fra amiche e colleghe che avrebbe potuto trasformarsi in una lunga prova di resistenza e che invece è diventato uno di quei ricordi che continuano ad allargarsi ogni volta che li racconti.
Il mosaico ha unito Ravenna e la Giordania, la pittura e la letteratura, gli artisti italiani e quelli giordani.
Noi, nel frattempo, abbiamo condiviso stanze, cammelli, deserti, inaugurazioni, interviste e parecchie risate.
Direi che, come prima mostra all’estero, non avremmo potuto chiedere di meglio.

 

Scopri la seconda parte del viaggio: Il viaggio continua a Ravenna

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