Una settimana dopo, finalmente mi sono seduta. Il laboratorio era ancora pieno di cose da rimettere a posto e io avevo appena inaugurato tre mostre in due giorni, che già detta così sembra un’idea poco prudente.
Specchi invisibili era la più piccola: una micromostra di nove specchi con cornici in mosaico, ciascuno accompagnato da una frase di Italo Calvino scritta direttamente sulla superficie.
Piccola, sì. Leggera, non proprio.
Nove specchi e qualche domanda scomoda
La mostra è nata nell’anno del centenario della nascita di Calvino, mentre Le città invisibili attraversavano gran parte del mio lavoro.
Le cornici erano molto diverse fra loro: fiori, foglie, forme astratte, colori intensi oppure quasi completamente bianchi.
Per ogni specchio ho scelto una frase di Calvino legata al disegno del mosaico e l’ho scritta sul vetro con un pennarello d’argento.
La cornice attirava lo sguardo. Poi, inevitabilmente, nello specchio compariva chi la stava osservando.
Ed era quello il vero centro della mostra.
Guardarsi senza cominciare subito a giudicarsi
Lo specchio riflette la realtà, ma raramente ci limitiamo a prendere atto di ciò che vediamo. Controlliamo. Confrontiamo. Cerchiamo quello che è cambiato, quello che non corrisponde più, quello che secondo noi dovrebbe essere diverso.
Per molte donne questa osservazione non è mai completamente neutra. Arriva dopo anni di immagini, modelli estetici e aspettative che ci hanno insegnato come dovremmo apparire, quanto dovremmo pesare, quali parti del corpo dovremmo nascondere e perfino come dovremmo invecchiare. Possibilmente senza dare troppo nell’occhio.
Il testo che accompagnava la mostra partiva proprio da qui: dallo specchio come strumento capace di rivelare e nascondere, dal tema del doppio, dell’identità, della bellezza e della vanità.
Ma soprattutto da una domanda molto semplice: Riusciamo a guardare a lungo i nostri occhi riflessi senza cominciare immediatamente a correggerci?
Belle cornici, riflessi meno accomodanti
Le cornici erano preziose, colorate, decorative. Alcune avevano fiori e tralci. Altre foglie, onde o geometrie. Erano pensate per accompagnare lo sguardo verso lo specchio, non per distrarlo.
Perché il contrasto mi interessava proprio lì: fra la bellezza rassicurante del mosaico e quella parte molto meno pacificata che spesso emerge quando incontriamo la nostra immagine.
Calvino ha scritto che lo specchio può accrescere il valore delle cose oppure negarlo, e che non tutto ciò che sembra valere resiste quando viene riflesso.
Era il punto di partenza perfetto per una mostra dedicata a ciò che vediamo e a tutto quello che, guardandoci, aggiungiamo da sole.
Una micromostra imperfetta
Specchi invisibili è stata inaugurata il 15 ottobre nel mio studio, nell’ambito della Biennale Internazionale di Mosaico di Ravenna. Il giorno precedente avevamo inaugurato Racconti di città invisibili alla Biblioteca Oriani e, nel pomeriggio, 6+3. Nove episodi di mosaico contemporaneo a Palazzo Rasponi.
Tre inaugurazioni in due giorni.
L’allestimento non è stato certamente il più perfetto della mia carriera. Ma, riguardando oggi gli specchi, penso che il progetto abbia conservato il suo punto essenziale.
Le cornici chiedevano di essere osservate. Gli specchi chiedevano qualcosa in più.
Non di piacerci sempre, forse sarebbe troppo. Ma almeno di riuscire a riconoscerci senza trattarci immediatamente come qualcosa da aggiustare.
